Leggendo il Canto quinto dell’Inferno, ovviamente della Divina Commedia, a parte il gustarne la meravigliosità sono stato però assalito da un pensiero. All’interno di questo canto è descritto l’incontro con Paolo e Francesca, i due amanti presi come esempio da secoli per descrivere varie situazioni più o meno analoghe di grandi amori o tradimenti passionali, da giustificare o meno di volta in volta. Il mio pensiero era rivolto alla figura di Paolo che, durante il colloquio col Sommo Poeta rimane abbracciato (costretto!) a Francesca, ma quasi nascosto e continuando a piangere e senza parlare. Certo, è Dante che scrive e che, quindi, non lo fa parlare, ma a me, in questo modo, sembra quasi che la sola ad accettare le conseguenze di quello che è successo e nonostante tutto a continuare a provare quel sentimento fortissimo di amore sia solo Fancesca… è solo un mio pensiero, va bene, però a questo punto ho cercato di rendere un pizzico di giustizia allo sventurato, perdonami Dante solo per aver pensato questa cosa, ma ormai ho scritto e rendo qui di seguito!
PS ho scritto (quasi!) di getto e fondamentalmente con lo scopo di rendere omaggio ad un autore che sto riscoprendo, forse, troppo tardi, non siate troppo cattivi coi commenti!
Pensando a Paolo e Francesca…
Così, come il fuscello sbattuto sulla riva
e riportato indietro dall’onda taciturna,
il cuore mio a viver questo amore arriva
seppur la pace e la pienezza storna.
Della mancanza delle tue labbra soffro
or che le ho baciate e conosciute,
la sofferenza che mi causa, aggiro,
il non poterle sentire a me tenute.
Del fianco tuo sì caldo ed ospitale,
dove la mano mia trovò familiar riparo,
il solo rimembrar fa male
di quanto poco me ne concesse tatto il tempo avaro.
Quel morso sul collo appena percepito
come un marchio a fuoco m’è rimasto dentro,
lasciando me nel rovo ormai smarrito
come un agnello che manca al suo rientro.
I tuoi capelli, fiamme dritte agli occhi,
mossi dal vento e dal sol toccati,
rendon i miei pensier sì sciocchi
che quelli veri solo a te son vincolati.
Ah, fato beffardo, che giochi e ti diverti,
i nostri cuori hai perso in giro per il mondo
e chissà, se ora, il nostro dolor avverti
che ritrovati li abbiam nel girotondo
delle nostre vite passate invano
a cercar la mezza mela
che combaciasse nella nostra mano
e che al piacer supremo anela,
or che il falso godimento per l’imprecisa via
ci ha deviati, ingannando i nostri sensi,
dandomi sentore di falsa profezia
e che a vana promessa di morir raggiante presunsi.
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